giovedì 12 marzo 2015

Il museo delle idee

Proponi a dei bambini di escogitare idee per migliorare il mondo e ti stupiranno.

Con soluzioni semplici alle quali gli adulti non si affacciano più poiché troppo scontate.
Con colpi di genio che spero abbiano modo di concretizzare in futuro diventando scienziati e studiosi di fama.
Con astrattismi di cui ancora non ho colto i risvolti ma proprio per questo di grande originalità.

Proponi a dei bambini di soccorrere il mondo e loro lo fanno.
Quando lo proponi agli adulti... cosa sfugge esattamente? 




Inventiamo una macchina per estrarre i gas nocivi dall'aria

Spazio agli alberi

Diamo cibo e acqua a chi non ne ha

Sostituiamo le armi tradizionali con queste...



Case mobili che raggiungono i senza tetto





martedì 17 febbraio 2015

Harold sei grande

Una vita mite, una persona mite. Giorni che si susseguono uno uguale all’altro, emozioni sempre tenute a volume basso, incellofanate da anni in una pellicola di rassegnazione.
Harold è una persona così, semplice, rassegnata ad un’esistenza in cui le turbolenze vengono fagocitate nel silenzio del cuore.
Harold, dei genitori incapaci di prendersi cura di lui. Una moglie ed un figlio che ama ed ha amato, sempre in silenzio.
Poi un giorno un biglietto. Una sua ex collega, forse l’unica vera amica mai avuta, dedica a lui alcuni preziosi momenti del proprio tempo che sta per finire. Gravemente malata e ricoverata in una struttura medica, Queenie Hennessy saluta per l'ultima volta Harold.
L’uomo stringe incredulo il biglietto tra le mani. Queenie, una vita fa, un dolore devastante fa, anni incolori fa.
Harold scarabocchia alcune righe di risposta. Parole di circostanza da affidare alla posta ma… cosa c’è che non va? Perché tutto sembra così inadeguato? Il biglietto, lui, la propria vita, Queenie che sta per morire.
Tuttavia Harold esce di casa e comincia a camminare verso la prima cassetta della posta, poi verso la seconda, la terza, la quarta fino ad attraversare la città e arrivare ad una stazione di servizio dove confessa alla giovane cameriera il proprio sconforto per la sorte dell’amica Queenie. La ragazza accenna alla fede, non in senso religioso quanto umano, qualcosa in grado di salvare le persone ed Harold registra quelle parole dette distrattamente per trasformarle dentro di lui in un monito: salverò Queenie.
L’uomo esce dalla stazione di servizio quasi stordito. Si ferma in una cabina telefonica e chiama la casa di cura in cui si trova l’amica. Dite a Queenie che sto arrivando. Con un paio di scarpe da vela e pochi spiccioli in tasca, comincia a camminare. Raggiungerà Queenie a piedi e lei nel frattempo resterà in vita, aspettandolo.
Inghilterra, ottocento chilometri di strade, automobili, colline, prati, viali alberati, giardini, città, case, persone che ascolteranno la sua storia e condivideranno le proprie.
Harold Fry, essere avulso dal concetto di vita,  incapace di fare due passi, di prepararsi un panino da solo, camminerà per ottocento chilometri, con lo stesso paio di scarpe, accettando l’aiuto degli altri solo in casi estremi, adattandosi ai molteplici ambienti intorno, osservandoli per la prima volta, traendo da essi la forza di proseguire, gioendo e soffrendo fisicamente, interiormente.
Una terapia personalizzata che lo metterà faccia a faccia con i propri fantasmi. Finalmente.
Un libro da leggere e forse una terapia per tutti.


 L' imprevedibile viaggio di Harold Fry
"L'imprevedibile viaggio di Harold Fry", di Rachel Joyce, Sperling.


mercoledì 21 gennaio 2015

Percezioni

L’Intrusa aveva ora gli occhi spalancati, come in stato di shock stringeva i manici del wakra, i muscoli irrigiditi sembravano aver bloccato tutte le sue funzioni vitali; solo la calma trasmessa dal contatto con la mente di Mava le permetteva di rimanere lucida.

Il volto dell’uomo, se di uomo si poteva parlare, era diafano, le ossa del teschio spuntavano prepotentemente sotto il sottile strato di pelle che, come un tessuto fragile teso oltre la sua capacità di resistenza, sembrava potesse lacerarsi. Gli occhi infossati erano due pozze torbide da cui si era involontariamente attirati.
I tre uomini rozzi seduti al tavolo sulla sinistra del salone sembravano impietriti esattamente come tutti gli altri benché fossero gli unici a conoscere quell’individuo raccapricciante; evidentemente, pur lavorando per lui, non avevano mai avuto la possibilità di vederlo in faccia; gli erano sottomessi per la paura che agguantava solo standogli vicino, per la minaccia insita nei suoi gesti, nella sua voce. 
Le sottilissimi  labbra appena distinguibili nel viso esangue si mossero per parlare.
“Mi servono uomini per allargare il letto del fiume. Possiamo sfruttarlo per il trasporto del legname”,  la voce gutturale vibrò nell’aria come un colpo di frusta, “tutti saranno ricompensati per il lavoro”. Queste ultime parole sembrarono risalire da un abisso per risuonare come un’eco carica di scherno nel salone di Tefuquà.
“Il letto del fiume non può essere allargato, deve seguire il suo andamento naturale” Mava rispose con la stessa tranquillità di sempre.
“Non c’è niente di naturale, tutto deve essere plasmato”.
“La Natura crea e plasma, nessuno può modificare quanto Lei ha fatto”
La creatura aveva ora un ghigno storto che gli deformava il già orribile viso.
“So chi sei ma non puoi fare niente per fermarmi, sei sola, sei rimasta l’unica della tua specie”.

“Anche tu sei solo, sei venuto qui perché hai bisogno del lavoro degli uomini, non hai abbastanza forza. Soprattutto per contrastare il Grande Equilibrio.”

giovedì 4 dicembre 2014

Leggimi

Quale donna non ama o non ha amato Mr. Darcy? 
Quale fanciulla non ha mal sopportato la piagnucolosa Signora Bennet (magari cogliendo perverse somiglianze con la propria madre... ) o non ha voluto bene a Jane o non si è spazientita di fronte alla sciocca superficialità di Lydia, la Bennet più piccola che è anche la prima a sposarsi avendo ceduto al fascino dell'ignobile Mr. Wickham?
Beh, credo tutte. Io di certo. Elizabeth Bennet è una delle figure letterarie femminili che più amo.
Lei ed il suo mondo mi hanno sempre affascinata. Vorrei poter trascorrere una giornata tipo della famiglia Bennet, a Longbourn House per respirare quell'atmosfera di inizio ottocento: un padre un tantino scostante che si rinchiude nello studio per sfuggire ai capricci di una moglie il cui unico scopo nella vita è maritare le figlie con possibilmente ricchi gentiluomini, cinque sorelle (di cui tre piuttosto sciocche) che, in attesa dell'agognato matrimonio (siamo sicure che si stia parlando di inizio ottocento?), spendono le proprie giornate tra passeggiate, ricami e balli.
Già, una giornata forse la potrei reggere, se escludiamo il ricamo. Però non mi dispiacerebbe perlustrare la campagna inglese, sorseggiare un buon tè in un salotto nel cui camino scoppietta un allegro fuocherello, servita da un maggiordomo o da una cameriera (incredibile quanto per alcuni la vita non sia cambiata... ).
Dicevo, cameriere... Oh sì! Persone che ti rassettano la stanza, pensano al tuo bucato, ti aiutano a vestirti, ti sistemano i capelli, lavano, stendono, cucinano, servono a tavola... sì insomma si sostituiscono a te solo nelle questioni tediose, laboriose e scomode. Paradiso per i padroni, inferno per i domestici.
La scrittrice Jo Baker, inglese del Lancashire, ha voluto rischiarare gli ambienti umidi e bui, le cucine, le stalle, i cortili in cui proprio i domestici, i personaggi invisibili eppure indispensabili a Longbourn House, si muovevano.
Come sarebbe stata la vita della famiglia Bennet senza la governante, la Signora Hill, ottima cuoca, magistrale organizzatrice della cucina, educatrice delle cameriere più giovani, infermiera e consolatrice della Signora Bennet sempre in balia dei propri piagnucolii?
Cosa avrebbero fatto le signorine Bennet senza le cameriere personali che anticipavano i loro bisogni e desideri, che cucivano orpelli su vestiti e scarpette da ballo, che realizzavano le loro acconciature e svuotavano i loro vasi da notte?
Certo, la vita ai piani bassi manca del romanticismo di quelli alti ma non per questo la storia è meno piacevole, almeno per noi lettrici. Per chi quella vita la faceva davvero... la visuale cambia.
Notti gelide in soffitte e stalle, fuochi da accendere, pasti da preparare, scarpe da pulire, ospiti da ricevere, biglietti da consegnare, ordini da svolgere.
Lo so, la paura di voi super fanciulle adoranti Orgoglio e Pregiudizio è che, apprendendo questa diversa realtà, l'immagine dorata di Elizabeth stretta al braccio di Mr. Darcy, possa annerirsi e sciuparsi; era il mio stesso timore mentre acquistavo il libro: "Longbourn House", appunto di Jo Baker, Einaudi, ma fortunatamente l'incantesimo non si è spezzato, almeno per me.
Nel libro ho ritrovato le mie affezionate conoscenze, la mia amica del cuore Elizabeth che resta perfetta in qualunque contesto poiché l'originale Austeniano è marchiato a fuoco nel mio cuore e qualunque altra descrizione può essere apprezzabile o detestabile ma resta pur sempre un'imitazione.
E poi i protagonisti sono loro, i domestici con crucci, sentimenti, opinioni, storie d'amore.
Ho letto il libro tutto d'un fiato per la nostalgia che avevo di Longbourn, l'eccitazione di poter spiare la casa da un'altra angolazione, l'apprendimento di nuovi particolari circa la vita dell'epoca, all'interno di residenze signorili o case più modeste o in un contesto storico più ampio in cui l'Inghilterra era schierata contro Napoleone.
Ragazze, non fatevi spaventare, ve lo consiglio, è un'ottima lettura.
E se lo dico io... vabbé dai! Accontentatevi!



Longbourn House



venerdì 14 novembre 2014

Percezioni

L’Intrusa cadde in ginocchio. Con il waka appoggiato in grembo attese che il male si manifestasse.

Tre uomini apparvero sulla soglia della Fucina. Due di loro indossavano vestiti da lavoro sporchi e trasandati, avevano mani e volti sudici come se fossero sbucati direttamente dal sottosuolo mentre il terzo, magrissimo e di un'altezza anomala rispetto non solo agli altri due ma anche agli uomini di Tefuquà, giganteggiava come una deforme ombra nera. Neri erano infatti i pantaloni e la mantella che gli ricopriva interamente busto e braccia scendendo fino alle ginocchia, neri i capelli che cadevano dritti a metà schiena, neri il cappello ed il fazzoletto rialzato come bavero che gli nascondevano il viso.
I suoi due compagni, senza osare guardarlo ma come tacitamente in accordo, si diressero verso l’individuo rozzo che aveva insultato Mava poco tempo prima e si sedettero al suo tavolo mentre quest’ultimo, seppur conscio dell’arrivo dei tre, continuò a sorseggiare la zuppa a testa bassa.
Nella sala il chiacchiericcio era stato come risucchiato da un vortice apertosi con l’arrivo dell’Ombra.  Il silenzio denso serrava le gole e faceva pulsare le tempie; ogni volto irrigidito era diretto all’angosciante sagoma nera apparsa dal nulla.
L’uomo andò verso Mava, i suoi passi erano così leggeri che sembrava sfiorare appena il pavimento; giunto dinanzi a lei lo colse un attimo di esitazione quando, sollevando il capo, catturò i suoi occhi. Non pareva intimorito quanto piuttosto sorpreso per essersi imbattuto nell’inaspettato.
La padrona della Fucina conosceva chi le stava di fronte, lo aveva capito immediatamente non perché lo avesse già incontrato ma perché la propria anima era stata preparata a quell’incontro prima che il proprio corpo nascesse.
Quante erano le energie che gli uomini non conoscevano…
Con un solo gesto assolutamente imprevisto che, nemmeno egli stesso aveva progettato prima di vedere Mava, l’oscuro individuo si tolse il cappello ed abbassò il fazzoletto lasciando il viso scoperto di fronte agli occhi terrorizzati di tutti i presenti.

La sola padrona della Fucina non venne scossa dalla visione.

giovedì 16 ottobre 2014

TELEGIORNALE CASALINGO

Rosa: “Non mi stupirei se al prossimo giro, dopo la Tasi, i comuni mandassero una busta bianca ad ogni cittadino per invitare ad una libera offerta”.
Ginoria: “Già, per sponsorizzare i non servizi che già sponsorizziamo con Tari, Tasi, Imu, Pimpo e Lalla”.
Rina: “Dentro ci sarebbe un cartoncino bianco che in preda ai bruciori delle nostre ulcere mostrerebbe la scritta in inchiostro simpatico: Vi preghiamo liberamente di contribuire a che la vostra casa rimanga dov’è, insieme alla macchina e ad ogni altro vostro bene materiale. Noi lottiamo ogni giorno per preservarli salvo in caso di riprovevoli inadempienze. Grazie per la vostra libera offerta”.
Rosa: “D’altronde con i tagli dello stato agli enti locali… E’ chiaro che poi ci vanno di mezzo i cittadini… ”.
Rina: “Ebbene sì. Una volta fatto il giro delle autorità e compagnia bella, a rimanere con le toppe alle chiappe siamo noi. A chi tagliamo noi?”.
Ginoria: “Ah! Io alla pedicure. Mi duole dirlo ma non posso far fronte anche a quella spesa”.
Io: “Chissà su chi taglia lei, la pedicure dico”.
Nella: “Sull’asilo nido. Tanto dice che i bambini tornano sempre intrisi di germi e fanno ammalare tutti gli altri membri della famiglia. Ora li lascia alla suocera tutto il giorno”.
Rina: “Poveraccia! E lei su chi taglierà?”.
Ginoria: “Sicuramente sul marito, non gli permetterà più di andare al bar”.
Io: “Eppure con la spending review… ”.
Nella: “Sì ma lo spread cresce”.
Rosa: “Insieme ad inflazione e disoccupazione”.
Ginoria: “Le borse crollano, pensare che lo diceva già Marisa Laurito nell’89 a Sanremo”.
Io: “Magari con la nuova manovra economica… ”.
Rina: “Sempre che venga approvata dall’Europa”.
Ginoria: “Sennò via di multa”.
Rina: “E indovina chi paga?”
Nella: “Forse dovremmo fare come quelle là che vanno a protestare nelle piazze a seno nudo”.
Io: “Chissà perché a seno nudo”
Rina: “Per attirare l’attenzione no? Altrimenti chi farebbe caso ad una protesta al giorno d’oggi?”.
Rosa: “Verissimo, per me attirerebbero più l’attenzione due vestite in Chanel o Gucci”.
Ginoria: “Parole sante. Basta avere delle Jimmy Choo ai piedi e sei già degna di attenzione”.
Io: “Brava! Con quelle sarei stata invitata anch’io al matrimonio di Clooney”.
Rina: “Ah! Di certo ed i giornalisti avrebbero già imbastito la trama della tua vita, figlia di benestanti, imparentati a George per linea materna, cugini di un senatore di origini italiane… ”.
Nella: “Che matrimonio però!”. Soffiando sull’alluce fresco di smalto.
Rosa: “Sì, intimo nella ristretta cerchia della diretta mondiale”.
Tonfo di borse.
La signora Mirka è sulla soglia con un’espressione estasiata.
“Anche voi guardate Il Segreto?”.




venerdì 3 ottobre 2014

ITALY IN A DAY

Meravigliosamente gente.
Lo scorso sabato ho guardato il film di Gabriele Salvatores, realizzato unendo i filmati che le persone, la gente comune ha inviato quasi un anno fa, il 26 ottobre.
Non sono riuscita a muovermi per tutta la durata della messa in onda, gioendo dell’assenza di interruzioni pubblicitarie. Stravaccata in diagonale sul letto per quasi due ore ho condiviso le vite di altre persone.
Speciale era il pensiero di non guardare un film in cui i personaggi erano interpretati da attori né, per la stessa ragione, di assistere ad uno spettacolo teatrale. Speciale era il pensiero che in quel momento io stessi entrando nelle case di persone sconosciute, nelle loro confidenze, nei loro affetti, nei loro guai.
Spesso scrivo dei piccoli grandi problemi delle nostre vite frenetiche, del come far tutto ciò che la vita impone, impegni, lavoro quando c’è, ricerca del lavoro quando non c’è. E quando scrivo, solitamente, è ai miei problemi a cui penso ben sapendo che sono gli stessi per tutti, almeno per la maggioranza delle persone. Quando parlo di affetti, il pensiero è rivolto ai miei familiari e agli amici. Certo, perché la mia è una vita comune, come quella di tutti.
Finché non entri in casa delle persone e la constatazione passa dalla sfera dell’astratto a quella del concreto.
La gente vive, come me. Si alza al mattino, svegliata da un bacio, una carezza, un figlio o da nulla, eccetto che dal nuovo giorno. Va a scuola, al lavoro, a correre, a cercare lavoro, ad aspettare la svolta della vita.
Le persone hanno paura, di se stesse, della solitudine, del dolore.
Amano. Il genitore anziano che non ricorda più il loro nome, il fidanzato, la fidanzata, i figli, la nuova sorellina.
E la paura, l’affetto, l’amore diventano all’improvviso: nostri.
Ti ricordi che sono sentimenti e come tali appartengono ad altre persone, non solo a te. Tutto è unico ma universale, personale ma condivisibile.
Per un momento l’ho ricordato e mi ha fatto bene.